In occasione della Giornata Mondiale del Libro, l’Università LUISS Guido Carli ha promosso un’iniziativa che ha saputo andare oltre la celebrazione simbolica, trasformandosi in un momento di riflessione concreta sul ruolo della scrittura nella società contemporanea. Il workshop “La responsabilità della parola”, realizzato insieme al Premio Campiello e a Pineider, ha posto al centro una questione cruciale: oggi, scrivere non è solo un atto funzionale, ma un esercizio di consapevolezza civile.
Perché in un’epoca in cui la produzione di contenuti è continua e accelerata, il rischio non è la mancanza di parole, ma la loro perdita di significato. Scriviamo costantemente – messaggi, email, note, prompt – ma sempre più spesso senza attraversare davvero il pensiero che le genera. È proprio su questa frattura che si è innestato l’intervento di Nicola Andreatta, Direttore Generale di Pineider, che durante la sua masterclass ha offerto una riflessione lucida e profondamente contemporanea sul valore della scrittura.
“Vi faccio una domanda molto semplice,” ha esordito. “Quando è stata l’ultima volta che avete scritto qualcosa a mano, non per obbligo, ma per pensare?”
Una domanda solo apparentemente semplice, che introduce un tema centrale: la scrittura come strumento di comprensione, non di mera registrazione. Andreatta ha condiviso un’esperienza personale, risalente ai suoi anni universitari: la scelta consapevole di non utilizzare le sbobinature. “Quando scrivevo gli appunti a mano capivo di più, e soprattutto ricordavo di più. Non stavo copiando quello che diceva il professore, stavo filtrando, scegliendo, costruendo. Scrivere non era registrare informazioni, era trasformarle in qualcosa di mio.”
Questa intuizione, oggi supportata da numerosi studi scientifici, mette in luce una verità spesso trascurata: l’accesso all’informazione non coincide con la sua comprensione. La velocità, valore dominante del nostro tempo, non garantisce profondità. “Abbiamo costruito strumenti perfetti per accedere all’informazione, ma meno efficaci per trasformarla in conoscenza,” ha sottolineato.
Il cuore del discorso si sposta così sul gesto della scrittura manuale, inteso non come nostalgia, ma come pratica cognitiva. “Scrivere a mano è un gesto fisico. Ha un ritmo, una resistenza, un tempo. Ed è proprio in questo limite che succede qualcosa di importante: il pensiero prende forma.” La lentezza imposta dalla carta e dalla penna non è un ostacolo, ma una condizione necessaria per attivare processi mentali più profondi, capaci di integrare memoria, percezione e rielaborazione.
Ma c’è un passaggio ulteriore, forse il più rilevante per il nostro tempo: oggi scrivere a mano è una scelta. “Una scelta di rallentare quando tutto accelera. Una scelta di essere presenti quando tutto distrae. Una scelta di pensare quando tutto produce.”
In questo scenario, la riflessione si amplia inevitabilmente al rapporto con le tecnologie emergenti, in particolare l’intelligenza artificiale. Andreatta non adotta una posizione oppositiva, ma invita a distinguere con chiarezza: “Dobbiamo distinguere due cose: scrivere per produrre e scrivere per pensare. Per produrre, l’AI è perfetta. Per pensare, no.”
Il punto non è dunque la tecnologia in sé, ma il rischio di un uso passivo. “Se deleghiamo anche il processo di scrittura, non stiamo delegando solo il gesto, stiamo delegando il pensiero. Passiamo da autori a editor del pensiero.” Una trasformazione sottile ma radicale, che ha implicazioni non solo individuali, ma collettive. “Una società che non pensa in profondità è una società più fragile, più influenzabile, più superficiale.”
È qui che il tema della responsabilità della parola assume un significato pienamente civile. Scrivere significa prendere posizione, costruire senso, esercitare il dubbio. “Il pensiero critico non nasce dalla velocità. Nasce dalla capacità di fermarsi, di dubitare, di riformulare. Se togliamo il tempo, togliamo il dubbio. E senza dubbio, non c’è pensiero critico.”
All’interno di questa riflessione, il ruolo di Pineider si definisce con chiarezza. Non come semplice produttore di strumenti, ma come custode di una cultura della scrittura. “Noi non vendiamo oggetti. Custodiamo un modo di pensare. Una penna o un foglio non servono a scrivere di più. Servono a scrivere meglio.”
In un mondo saturo di notifiche e distrazioni, la carta diventa così uno spazio di autonomia. Uno spazio in cui il pensiero può tornare a essere personale, non delegato, non automatizzato. Un gesto semplice, ma profondamente controcorrente.
La conclusione della masterclass si traduce in un invito concreto, quasi quotidiano: “Ogni giorno, prendete un foglio e scrivete a mano. Non per condividere. Non per pubblicare. Ma per capire.”
Forse è proprio qui che si trova il senso più attuale della Giornata Mondiale del Libro: non nella celebrazione dell’oggetto, ma nella riscoperta del processo. Perché, come ha ricordato Andreatta, “in un mondo in cui tutto può scrivere al posto nostro, la vera differenza non sarà chi scrive di più. Sarà chi continua a pensare davvero.”
E in questa prospettiva, il vero lusso contemporaneo assume una nuova definizione: non il tempo libero, ma il tempo per pensare.